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Lucano

Pharsalia

Volgarizzamento toscano trecentesco

A cura di Maria Carla Marinoni

Ril.  pp. XII-487 + 4 tavv. f. t., € 72
CollanaIl Ritorno dei Classici nell'Umanesimo, II.4
SottocollanaAntichi volgarizzamenti, 04
anno2011
isbn978-88-8450-420-3
Disponibilitàdisponibile
  
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Il manoscritto riccardiano 1548, relatore unico e completo d'un volgarizzamento prosastico della Pharsalia di Marco Anneo Lucano, conferma la fortuna medievale di quello che è uno dei poeti più ammirati da Dante, il quale lo pone nel Limbo insieme con altri grandi. L'atteggiamento del volgarizzatore è di estrema riverenza, palesata anche dall'intento di riprodurre appieno il verso tormentato e difficile di Lucano, tendente alle ellissi più che alle chiarificazioni, a tal punto che il testo volgare non evita alcuni aperti calchi lessicali, né la complessità sintattica della fonte. Così il volgarizzatore introduce nella sua versione espressioni non immediatamente perspicue, a tratti oscure e complesse; talvolta la traduzione - che il codice riteniamo esibisca non nell'originale, bensì in una copia, come si può arguire da errori, aggiunte interlineari, cancellature e correzioni - rivela l'incapacità di comprendere del tutto il testo latino. Resta il fatto che ignoriamo l'identità e le condizioni testuali del codice lucaneo usato dal volgarizzatore. Tuttavia questa edizione mostra non solo come spesso si possa intendere la lezione difficile incompresa dal traduttore, ma anche come il testo italiano dipenda a volte da quelle varianti di alcuni dei più importanti manoscritti latini della Pharsalia, che, rifiutate dagli editori critici, compaiono però nei loro apparati: con benefica ricaduta sulla costituzione e l'interpretazione del testo. Ampio spazio è stato quindi dedicato alle Note al testo critico, sia per chiarire oscurità sul piano onomastico e toponomastico, sia soprattutto per evidenziare le difficoltà del volgarizzatore di fronte a un testo non facile, il cui dettato voleva rendere con piena fedeltà, e per comprendere le ragioni della resa imperfetta del testo di partenza, che lascia in quello d'arrivo espressioni spesso bisognose di una decodificazione. Nelle Osservazioni linguistiche, che danno un'immagine capillare del testo, collocabile intorno alla metà del Trecento, si delinea una patina linguistica chiaramente fiorentina, sulla quale si denotano chiazze di dialetti occidentali toscani. Nell'Introduzione si discute pure la vexata quaestio dell'attribuzione del volgarizzamento al notaio Arrigo Simintendi, autore della trasposizione in volgare delle Metamorfosi ovidiane. Da un confronto dei due volgarizzamenti (quello ovidiano letto di necessità nell'antiquata edizione Basi-Guasti) alla ricerca di somiglianze nel lessico, nello stile e nel tono generale delle versioni, emerge l'impossibilità di attribuire con sicurezza la paternità della Pharsalia prosastica al notaio di Prato; e dunque si preferisce mantenere in un prudente anonimato l'autore del nostro testo. Accompagnano l'edizione un commento analitico, un glossario e gli indici dei nomi propri.
     
     
         
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